venerdì 24 maggio ore 18

La Pisa delle avanguardie musicali

dal beat al punk, dal jazz alla computer music

Dalle ore 18 chiacchierata con Carlo Raffaelli e Luca Doni, autori del libro Pisa, la musica. 1965-1999

Ore 19 proiezione in prima visione del cortometraggio di Carlo Di Natali Un giorno con La Muerte

Quindi APERITIVO e a seguire musica da ballare con Dome la Muerte dj.

Per tutta la serata verrà proposta un’esposizione di vinili.

La Musica, di ogni genere, ha trovato a Pisa una terra fertile e stimolante capace di generare avanguardie e proposte innovative e sperimentali.

La dinamicità che si è andata a creare in città, partendo dal basso, spesso dalla strada, dai locali e dagli spazi dove esprimersi liberamente con la musica ha dato alla luce, almeno negli ultimi decenni del secolo scorso, ad esperienze artistiche, incontri, locali, festival, album, canzoni, nuove sonorità. Artisti con l’utopia di cambiare, assieme alla musica, qualcosa della propria città: per fare la rivoluzione, o per aprirla al mondo, o per renderla solo più sensibile ai tempi che stavano mutando. Dalla metà degli anni Sessanta al nuovo millennio infatti la città di Pisa ha subito più trasformazioni che negli ultimi due secoli. In quarant’anni i giovani si sono affermati come nuova categoria sociale con una loro propria identità, di cui la musica è stata il primo segnale forte. La città ha perso il suo carattere industriale per diventare una città di servizi di importanza internazionale, con accelerazioni spesso violente e difficili da governare.

sabato 25 maggio ore 21:30

Tripolis

di e con Dario Muratore

TRIPOLIS racconta i cocci di vita di una donna italiana dagli anni ’20 agli anni ’70 a Tripoli durante la colonizzazione italiana.
Il lavoro si concentra sulla convivenza tra gli italiani e gli arabi e il rapporto tra il colonizzatore e il colonizzato, cercando di mettere in luce il processo di inferiorità sviluppatosi nelle colonie, di cui parla il filosofo e sociologo Fanon.
Raccontare la storia, ripercorrere il passato ed evocare il presente per comprendere da un altro punto di vista i conflitti contemporanei tra l’Io e l’Altro. 
SINOSSI
Un giovane uomo chiede a una vecchia donna quali siano le tracce della propria origine. La Libia, Tripoli, la colonia italiana. Attraverso il topos Nonna/Nipote viene evocato un secolo di storia, di vita, di morte ma soprattutto d’incontro tra due identità: quella del colonizzatore e del  colonizzato, quella italiana e quella araba che si ritrovano a condividere una terra, una città, un deserto, un’anima.
Cocci di vita di una donna italiana, colonizzatrice, culturalmente fascista. La sua storia, la sua visione intima e la sua alterità nei confronti del dominato. Ma cosa succede quando l’Italia perde il dominio politico e la situazione improvvisamente si ribalta?
L’arabo ritorna a essere il padrone della propria terra e l’italiano diviene ajsnabi, straniero.
Tu lo sai come si fa il couscous?
Si pigliano tanti piccoli cocci di semi,
si mette un filo d’acqua e si fanno incocciare.
I chicchi Carmelo, te li devi immaginare come le persone.
Tutti nello stesso cato, tutti nella stessa terra, uno accanto all’altro.
Se ci runi l’acqua e i fa’ manciari loro crescono;
ma per crescere, Melù,
un coccio s’ava incucciare c’un avutru coccio.
con Dario Muratore
suono Giovanni Magaglio
luci Petra Trombini
scena Igor Scalisi Palminteri
costumi Francesco Paolo Catalano
aiuto regia Federico Cibìn e Simona Sciarabba
grafica Manuela Di Pisa
produzione Piccolo Teatro Patafisico
In collaborazione con Campo Teatrale Milano,  Dimora Teatrale Macciangrosso, Compagnia Nando&Maila – Dulcamara.
MENZIONE SPECIALE BANDO THEATRICALMASS
NOTE
TRIPOLIS è lo sviluppo di un’indagine che ha come punto di partenza le domande “Chi è l’altro? Chi è lo straniero?”. Quando ci poniamo tali domande ci stiamo in realtà chiedendo: “Chi sono io? Chi siamo noi?”
In quanto il discorso sull’altro è solamente un modo per parlare, definire e riconoscere se stessi sulla base delle differenze e dell’alterità.
Queste hanno un carattere esclusivamente relazionale, non possono esistere isolate, e quindi la differenza non possiede una propria essenza naturale. Il risultato è sempre un confronto, in cui almeno uno dei due soggetti considera l’altro diverso da se e quindi lo definisce straniero.
Tale definizione può svilupparsi nell’individuo in un processo intimo, riflessivo, alienante e spesso autodistruttivo. Forse solo tornando indietro, indagando le proprie origini in un processo di resilienza, coccio
dopo coccio è possibile ritrovare la propria essenza e posizione nel mondo.

mercoledì 29 maggio, ore 20:30*

4.48 Psychosis

di Sarah Kane

in forma di “Sinfonia per voce sola”, di Enrico Frattaroli

con Mariateresa Pascale

Allestimento e adattamento site-specific per il Teatro Rossi Aperto.

«Ma eccomi oggi alle prese con la fondamentale, straordinaria, densa, orchestrale, multiperformativa e totalmente inedita adozione che di 4.48 Psychosis fa Enrico
Frattaroli. [...] Mi sento di dire che lo spettacolo di Frattaroli, con performer vocale e rigorosamente mimetica in Mariateresa Pascale [...] è
l’impresa che più dilata i sensi dell’oblio e dell’invettiva dell’autrice, è il lavoro che più entra in consonanza con la poesia drammaturgica di Kane»

(Rodolfo di Giammarco, la Repubblica)

L’edizione di “4.48 PSYCHOSIS – Sinfonia per voce sola” al Teatro Rossi Aperto di Pisa è unica e irripetibile.
Una “sinfonia abbandonata” in uno “spazio abbandonato”, spoglia di musicisti dal vivo, scevra di strumenti di scena, priva di luci, che lo spazio del Teatro Rossi accoglie – in singolare sintonia di scritture – nella sua vuota, ineffabile presenza.
Una rappresentazione messa in scena non nel, ma dal Teatro Rossi Aperto, il quale non serve da neutro contenitore, ma agisce da vero co-autore e co-protagonista dell’opera. La chiara architettura dello spazio scenico si fa pagina bianca per il flusso di immagini in cui si declina, e che scorre ininterrotto dal primo all’ultimo verso quale voce integrante, insieme al poema e alla musica, della partitura di scena.
Nella debole luce crepuscolare, che filtra dalle finestre alte del teatro e si trasmuta inflebile luce lunare al calare della notte, l’interprete, colpita/mancata dai fasci di luce delle immagini, in intersezione con la discontinuità del loro bianco/nero, si fa essa stessa intermittenza, ritmo di presenza/assenza, arsi e tesi di corpo/voce.
L’intero teatro, abbandonato e vivo, entra in risonanza con gli spazi desolati, gli edifici obsoleti, i luoghi postumi vissuti in vita, le pagine gualcite in cui si inscrivono e risuonano, in silenzio o in contrappunto coi pentagrammi di Mahler e di P. J. Harvey, i versi di Sarah Kane.

Sinfonia per voce sola è una messa in concerto dell’ultimo testo di Sarah Kane: la musica dei suoi versi in risonanza con musiche di Gustav Mahler e P.J. Harvey. In scena, protagonista è la poesia stessa, variegata nelle forme liriche, narrative, dialogiche, grafiche della sua scrittura, testualmente e scenicamente affidata alla voce sola di Mariateresa Pascale.

«Scriverlo mi ha uccisa» annota Sarah Kane sul biglietto allegato alla copia di 4.48 Psychosis lasciata a Mal Kenyon, la sua agente letteraria, il giorno del suo suicidio. Il suo ultimo dramma, perfezionato fino all’ultimo istante della sua vita, è anche il suo testamento poetico. Una scrittura che noi ereditiamo, un atto poetico assoluto di cui ci chiede di essere testimoni, spettatori, amanti:
Convalidatemi /Autenticatemi / Guardatemi / Amatemi.

«Addio! Addio!» scrive Mahler sui pentagrammi vuoti delle pagine manoscritte dell’Adagissimo. Ventisette misure i cui pianissimo conducono la Nona Sinfonia alle soglie del silenzio e che qui si intonano con le parti più liriche del poema, mentre Rid of me, To bring you my love, The slow drug, le composizioni di P.J. Harvey – coeve alla scrittura drammaturgica di Sarah Kane e dal sapore decisamente rock – ne sostengono le invettive più aspre e graffianti. Una distanza che non ha escluso simmetriche intersezioni, contaminazioni, convergenze.

Ho trattato l’Adagissimo come una matrice, un codice genetico, una “serie mahleriana” con cui comporre una partitura ulteriore, da essa intimamente generata. Prima innestando, in accollatura con gli archi, un pianoforte e una voce di soprano, poi virando il pianoforte in clavicembalo, i violoncelli in coro, i violini in chitarra elettrica, fino a marezzare il finale con striature atonali
di waterphone. I brani di P. J. Harvey incorrono talvolta soli, talvolta in sovrapposizione fra di loro quando non in contrappunto con lo stesso Mahler, puri o ibridati da pianoforte e soprano. Sia l’Adagissimo sia Rid of me, To bring you my love e The slow drug hanno offerto sintagmi melodici ai versi in inglese di Sarah Kane.

Le parti dialogiche del poema – le cui voci rinviano, implicitamente, alla stessa Kane e al suo psichiatra – hanno, paradossalmente, valore di tacet. Sono momenti in cui l’opera si sospende ed il regista si rivolge, letteralmente, all’attrice, che al regista risponde. Ed è proprio per il loro valore di pausa, di silenzio che sono parte dell’opera teatrale, del concerto, della poesia, come bianchi di scena.
Non la musica soltanto è chiamata a fare parte della concertazione. Un flusso di immagini tratte dalla disposizione grafica del testo, o ad essa ispirate, si attengono al poema seguendo le variazioni agogico-dinamiche dell’intera partitura verbale e musicale. Sono diagnosi, numeri, sigle, geometrie e combinazioni di parole, ma anche cancellature, pagine gualcite, pellicole graffiate, coniugate
di volta in volta con declinazioni postume, come in effigie, dello spazio scenico: sale da concerto devastate, pianoforti distrutti, stanze abbandonate, deserti di contenzione, fabbriche obsolete, teatri in rovina…
Un’archeologia di scena in cui, dopo l’ultima immagine, l’ultima parola, l’ultima nota, l’ultimo silenzio (citando Mallarmé): Nulla avrà avuto luogo / se non il luogo / eccetto / forse / una costellazione. Ovvero (per chiudere con i versi di Sarah Kane):

Guardare le stelle
predire il passato
e cambiare il mondo in un’eclissi d’argento

Enrico Frattaroli

4.48 PSYCHOSIS
di Sarah KANE
in forma di “SINFONIA PER VOCE SOLA”
di Enrico FRATTAROLI
con Mariateresa PASCALE
voce soprano (in audio) Patrizia POLIA
pianoforte (in audio) Diego PROCOLI
elaborazioni musicali / video / scena / regia Enrico FRATTAROLI

produzione FRATTAROLI–PASCALE
in collaborazione con FLORIAN METATEATRO
con il sostegno del FESTIVAL INTERNAZIONALE DI ANDRIA CASTEL DEI MONDI

* Ingresso del pubblico in platea dalle ore 20:30. Inizio effettivo e tassativo dello spettacolo ore 20:50.

sabato 1 giugno alle ore 21

Trovare Chiuso

Poeti per il Teatro Rossi Aperto di Pisa

Questa serata, nata da un’idea di Giulia Martini, è l’espressione del desiderio, da un lato, di rendere conto della dimensione polifonica della giovane poesia contemporanea, attraverso le letture di poeti scelti anche sulla base della diversità di soluzioni che i loro testi propongono; dall’altro, di celebrare un’occasione di convivialità e dialogo all’interno di un luogo quasi sacro come quello del teatro, legato al gesto poetico per connessioni profonde.
Accompagneranno la serata le melodie dissonanti e taglienti degli Addio Proust!, con la partecipazione di altre artiste e artisti.
Il titolo Trovare chiuso si realizza almeno su tre piani di significato: prima di tutto, fa riferimento esplicito al trobar clus dei poeti provenzali, chiamati trovatori dal verbo trobar: fare poesia, comporre versi. Poi, c’è un rimando alla storia recente del luogo ospitante, il Teatro Rossi Aperto: un luogo che abbiamo effettivamente trovato chiuso e forzatamente riaperto, grazie a quella propensione non contemplativa che sembra caratterizzare a vari livelli la nostra generazione. Infine, quella della delusione delle aspettative, della paralisi o dell’immobilità è un evento che accomuna orizzontalmente ognuno: i singoli individui (nella forma del dialogo tradito, della promessa non mantenuta) e il consorzio sociale (i bandi pubblici, i porti…). Ma a tutte le declinazioni della chiusura, la poesia e l’arte reagiscono con mezzi specifici e insostituibili, che saranno al centro del nostro incontro di sabato 1 giugno.

Giulia Martini è nata a Pistoia e vive a Firenze, dove si è laureata in Letteratura italiana contemporanea con una tesi su Pigre divinità e pigra sorte di Patrizia Cavalli. A giugno 2018 è uscita, per i tipi di Interno Poesia, la sua seconda raccolta di testi poetici, Coppie minime (Premio Ceppo Selezione Poesia). Sempre per Interno Poesia ha curato l’antologia Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90, il cui primo volume è stato pubblicato a marzo 2019. Sue poesie sono comparse su varie antologie e riviste, tra cui «Poesia», «Gradiva» e «Paragone Letteratura», fondata da Roberto Longhi, e trasmesse recentemente nel programma radiofonico Fahrenheit di Radio 3 Rai.

Gli Addio Proust! sono un trio nella sua forma più essenziale e scarna: chitarra – voce / basso / batteria. Crudo come la musica che propongono. la band, caratterizzata da batteria ipnotica e reiterante, basso profondo e viscerale, chitarra sporca e dissonante, propone un rock alternativo e psichedelico con testi in italiano, in parte influenzato dalla musica garage e anni novanta.
La band nasce a Firenze nell’aprile del 2015 in occasione di Arezzo Wave 2015 Toscana, nell’ambito della quale è selezionata tra le migliori 28 band, risultato che viene replicato nelle tre edizioni successive. Nel 2016 esce l’album d’esordio, “Io non ho mai perso il controllo” (2016, Red Cat Records, prodotto da Guido Melis), dal quale è estratto il singolo “Macello”. Nel 2017 la band raggiunge la finale del Pistoia Blues In contest ed è inoltre selezionata tra le 110 migliori band italiane in lizza per il concorso 1m next, in occasione del quale è stato presentato il video ufficiale di “Macello”. Nel 2018 il trio conclude con successo una campagna Musicraiser finalizzata alla realizzazione del video di “Pesci”, secondo singolo estratto dal disco, realizzato con Blanket Studio, e viene selezionato per esibirsi al Meeting del Mare di Marina di Camerota.
Gli Addio Proust! sono attualmente impegnati nella scrittura del secondo disco.