Dignità del lavoro, dignità del reddito

Lavoro di restauroDignità del lavoro, dignità del reddito

Le contraddizioni del volontariato culturale e l’autogoverno come via di fuga.

Nel giorno in cui si terrà un incontro sul volontariato nella salvaguardia del patrimonio culturale al Dipartimento di Storia delle Arti dell’Università di Pisa, negli stessi giorni in cui Angelo Mai Altrove di Roma e Teatro Mediterraneo Occupato di Palermo vengono sgomberati e cercano di rientrare nei loro spazi, pubblichiamo un intervento che cerchi di andare al centro della contraddizione del volontariato nel lavoro culturale.

Abbiamo seguito con interesse la vicenda che nello scorso mese ha interessato le istituzioni locali e i professionisti dei beni culturali dell’area di Pisa. Risale al 3 febbraio la convocazione da parte di Francesco Tagliente, prefetto di Pisa, delle istituzioni locali – sulla spinta degli Amici dei Musei e dei Monumenti Pisani – per la creazione di una task force di pronto intervento e salvaguardia del patrimonio culturale della provincia di Pisa. L’obiettivo, nelle intenzioni dei soggetti riuniti in quella occasione, è quello di “porre tempestivo rimedio” al “degrado” in cui versa il patrimonio culturale della provincia di Pisa. Peccato che la creazione della task force sia stata affidata completamente all’associazione Amici dei Musei, con l’impegno di prestare servizio gratuitamente, escludendo dalla discussione i gruppi e le associazioni dei professionisti del settore, con una specificazione vaga su tutti gli altri termini dell’accordo. Firmando l’appello dell’associazione culturale Artiglio ci siamo naturalmente messi al fianco dei professionisti dei beni culturali e contro lo svilimento delle professioni culturali, sempre più considerate come un curioso hobby coltivato da persone che hanno scelto un percorso di studi bizzarro, tanto da poter essere affidato a professionisti in pensione mentre si ripete il mantra della mancanza di risorse per scusarsi del mancato pagamento.

Dall’interno del Teatro Rossi Aperto ci interessa partire dalla situazione che si è creata per sviluppare due punti di riflessione. Il primo: in questa vicenda, il volontariato viene assunto come misura per arginare l’inefficienza dell’apparato statale. Ancorauna volta, le stesse amministrazioni dello stato si trovano di fronte all’insufficienza di risorse dettata da un regime di tagli alla spesa pubblica non più sostenibile. Il secondo punto, che non possiamo tenere separato dal primo, sta nel rilevare l’ennesima manifestazione di uno Stato che si comporta come un privato. Pensiamo alla campagna virale #coglioneno che negli scorsi mesi aveva circolato sui social network, con la quale si rivendicava la dignità della retribuzione per le prestazioni lavorative anche nell’ambito dei cosiddetti “lavori creativi”, e che noi preferiamo invece chiamare “lavoro culturale”. La campagna, al di là dei giudizi sulla sua efficacia e sulla condivisibilità dell’impostazione scelta, metteva a fuoco un punto fondamentale: il regime di precarietà si regge in parte su contratti ad hoc che prevedono strutturalmente l’intermittenza del lavoro, in parte su un fenomeno ormai diffusissimo di richiesta di prestazioni gratuite. Lo vediamo continuamente tra i freelance a cui viene chiesto “un favore da amico”, che si tratti di aggiustare un rubinetto o di creare un banner per il sito aziendale; l’abbiamo visto all’opera agli albori dell’Università riformata con le docenzea titolo gratuito; lo vediamo ancora una volta sfacciatamente rivendicato come esempio di amministrazione virtuosa nel caso della task force pisana. Ancora, l’abbiamo visto all’opera in una nostra esperienza sorella: come teatro liberato il nostro pensiero va a Palermo, dove il Teatro Garibaldi Aperto, che ha concluso da qualche mese la sua esperienza, è stato riaperto con un affidamento da parte del comune di Palermo, ma pulito e rimesso in sesto da volontari arruolati informalmente. Il cerchio si chiude: professionisti dei beni culturali e professionisti dello spettacolo trattati, allo stesso modo, come simpatici coltivatori di hobby, all’occorrenza sfruttabili per piccoli lavoretti fai da te… grandi quanto un apparato di Stato.

Nel mondo dello spettacolo, l’esperienza degli spazi culturali liberati si è mossa per mettere direttamente e autonomamente a frutto la propria professionalità per sottrarla al dispositivo volontaristico di Stato, ed è curioso che proprio quando queste esperienze si concludono, l’amministrazione ne approfitti per fare orecchie da mercante, e ascoltare improvvisamente solo la parte che le interessa del ragionamento: quella in cui si parla di come abbattere i costi, specialmente nonpagando chi lavora. Bisognainfatti marcare una differenza: i metodi e le pratiche di cui stiamo parlando erano, nella fase di occupazione del Teatro Garibaldi Aperto, al servizio di un progetto politico, di una sperimentazionedi autogoverno (con tutti i limiti che un progetto e una sperimentazione possono avere) e soprattutto avevano un orizzonte di rivendicazione di reddito diretto o indiretto (e seguivano quindi l’idea di prestare lavoro gratuito per creare le condizioni che consentono di lavorare autonomamente e con retribuzione). Valga, questo, per chi sta dentro un progetto politico simile e per chi si limita a collaborare dall’esterno: nel momento in cui si presta lavoro gratuitamente per uno spazio liberato, lo si fa con complicità rispetto a questo tipo di prospettiva. Nel momento in cui le pratiche di cui parliamo vengono riprese dalle istituzioni per sopperire alle proprie lacune, esse si disarticolano e si svilisce il lavoro politico e l’orizzonte che, per esempio, l’occupazione del Teatro Garibaldi Aperto si poneva. Ed è così che al lavoro autonomo, che prima agiva conflittualmente, si sostituisce pacificamente il lavoro volontario. La macchina di sfruttamento torna a lavorare a pieno regime.

Ecco quindi cosa ci chiediamo: è questo che le amministrazioni vogliono vedere di ciò che si muove nel grande calderone della precarietà ai tempi della crisi? Di ciò che viene elaborato come via di fuga, interessa solo risparmiare nei settori in cui si è tagliato sfruttando il lavoro volontario? Non sarebbe forse meglio, invece, riconoscere queste esperienze, sostenerle, corroborarle, accogliere la sfida che pongono?

Manca infatti ancora un pezzo alla ricostruzione del quadro: quando questo lavoro volontario viene messo in prospettiva, cercando di rifondare esperienze di solidarietà, di cooperazione, di vita in comune, di vita possibile oltre la crisi, spesso si assiste alla contestazione sistematica del modello proposto. È il caso, per esempio, della campagna mediatica che si è scatenata negli scorsi mesi contro ilTeatro Valle Occupato: il teatro che non paga la SIAE, che non paga i costi di gestione, che ha una gestione privatistica, che è Belzebù in persona, anzi in teatro. Come qualcuno ha notato e scritto nel corso delle polemiche, bisogna chiedersi che senso abbia prendersela col Valle quando tutti i teatri istituzionali sono strangolati dai tagli alla cultura e dai costi di gestione eccessivamente alti, anche a causa di normative che vanno oltre ogni folle sogno burocratico.

Non sarà forse il caso di riflettere sul fatto che forse il sistema non funziona? Pur di negare la realtà di fatto che è  diventato urgente riflettere su questi temi, partendo dal presupposto che la cultura non è una gallina da spennare, non si accetta nemmeno il percorso istituente intrapreso dal Teatro Valle Occupato: la Fondazione Teatro Valle Bene Comune, regolarmente registrata, non riceve la firma del Prefetto e viene attaccata da Matteo Renzi già nei primissimi momenti di presidenza del consiglio. Alla Fondazione Teatro Valle Bene Comune viene contrapposto, quale modello virtuoso, quello del teatro La Pergola di Firenze: ennesima riproposizione del trito schema della fondazione mista pubblico-privato, ovvero uno dei paradigmi di gestione che sta strangolando la produzione e la fruizione culturale del nostro paese. Se il modello La Pergola potrà reggere, ce lo dirà il tempo: quello che possiamo notare è che gli effetti del tandem pubblico-privato sono ogni giorno sotto i nostri occhi, mentre il confronto con il modello sperimentale dei teatri liberati è impari, considerato che questi sono costantemente attaccati e attraversano difficoltà di ogni sorta. Ancora in questi giorni abbiamo assistito allo sgombero dell’Angelo Mai Altrove di Roma e alla saldatura dei cancelli della Fiera a Palermo che ha lasciato fuori dalle porte i militanti del Teatro Mediterraneo Occupato.

Come Teatro Rossi Aperto non possiamo che schierarci dalla parte dei lavoratori, di chi non vuole vedere ridotto il proprio mestiere ad un’opera di beneficienza. Siamo dalla parte di chi con le sue mani e il suo sapere è in grado di dare valore al patrimonio comune e reclama il riconoscimento delle proprie capacità e un equo compenso per la sua opera da coloro che dovrebbero custodire tale patrimonio e trasmetterlo intatto alle generazioni future. Stiamo con chi autogestisce gli spazi, con chi propone un modello alternativo di produzione e una prospettiva di vita in comune. Opponiamo la ricerca di un autogoverno alle logiche truffaldine di un governo arenato che abdica al suo ruolo di tutela, rinuncia a formulare piani progettuali concreti e si affida al vecchio adagio: gratis et amore dei.