Ferite a Morte

Ferite a MorteFerite a Morte

sabato 29 marzo dalle 17:30

A concludere il marzo delle donne, il laboratorio di lettura cittadina di «Ferite a morte» mette in scena una selezione dei testi che hanno dato vita allo spettacolo di Serena Dandini.
Si inizia alle 17:30 con il dibattito «Contro la violenza di genere, non solo parole. La legge contro il femminicidio: ciò che dice e ciò che non dice»  [Attendiamo possibile conferma da Serena Dandini :) ]. Si prosegue con l’aperitivo nel foyer, durante il quale sarà possibile partecipare all’installazione CUT-UP YOUR MIND, a cura di Teukien. Alle 21:30 si svolgerà la lettura cittadina di 28 brani da FERITE A MORTE.
Con la regia di Francesca Talozzi, il laboratorio di lettura propone per la prima volta una messa in scena del testo che coinvolge direttamente la città e le persone “comuni”.
Musiche di Davide Giromini.
Allestimento e luci di Valeria Foti.
Foto di copertina di Elisa Figoli.

Ingresso, ovviamente, libero.
Ma approfittate del tesseramento #sTRAordinario !

ore 17:30

Contro la violenza di genere, non solo parole

La legge contro il femminicidio: ciò che dice e ciò che non dice

dibattito con

Celeste Costantino
deputata SEL

Maura Misiti
ricercatrice CNR e coautrice di Ferite a morte

Giovanna Zitiello e Isabella Bartolo
Casa della Donna – Pisa

Sandra Burchi
Teatro Rossi Aperto

modera

Cinzia Colosimo
PaginaQ

a seguire aperitivo


ore 21:30

Lettura cittadina da

FERITE A MORTE

a cura di Francesca Talozzi
musiche di Davide Giromini

 


CUT-UP YOUR MIND è un collage emozionale composto da frasi, frammenti di testo, piccoli oggetti, pezzi di stoffa, lettere mai inviate, illuminazioni, scelte coraggiose e drastiche rese.
Tutto montato su un capo d’abbigliamento che diventa ‘espiatorio’: “un manto che mostra nei particolari, con la pittura, la scrittura e con tutto quanto si può su questo appuntare, appiccicare, cucire, tutti gli insulti, gli affronti, i traumi, le ferite e le cicatrici sopportate”
(C. Pinkola Estés)


Introduzione al dibattito (29 marzo 2014)

Per noi come Teatro Rossi Aperto questa giornata è un’occasione per partecipare a una discussione sul tema della violenza contro le donne.

Abbiamo deciso che il tema dell’incontro del pomeriggio poteva essere impostato a partire dalla Legge, una Legge che ha fatto molto discutere e che da più parti è stata ritenuta inadeguata.

Abbiamo voluto proporre questa discussione anche a livello cittadino.

A Pisa c’è una realtà importante che da anni opera su questo tema, attraverso l’attivazione di progetti e servizi, è la Casa della donna, un’associazione a cui molte di noi sono legate personalmente attraverso relazioni importanti e anche per aver condiviso pezzi di storia, percorsi, iniziative. Per questo la giornata di oggi è stata fatta e pensata insieme.

Per noi è stato importante organizzare una giornata intera su questo tema e lanciare una lettura cittadina di “Ferite a morte”, il testo che Maura Misiti e Serena Dandini hanno scritto per portare all’attenzione di tutte e di tutti questo tema. Proporre un laboratorio di lettura aperto a tutte/i in città, realizzare una lettura scenica con l’aiuto di Francesca Talozzi, è stato il nostro modo di allacciarsi al tentativo – riuscito – di parlare di questo tema attraverso un linguaggio complesso, quello del teatro, un linguaggio che chiede uno spostamento, un’immedesimazione, un “prendere su di sé” la storia di un’altra, la storia più estrema quella che non vorremmo mai vivere. E’ uno spostamento non solo di linguaggio, dalla scrittura alla messa in scena, è uno spostamento che corrisponde a un gesto politico. Attivare una logica di immedesimazione per avvicinare e dare nome e forma a una violenza difficile anche solo da immaginare, nella sua spietatezza. “Prendere su di sé” è un modo intimo e profondo di interrogarsi, non solo per dire che quella violenza riguarda tutti/e ma per provare a capire in quale forme attraversa la vita di ognuna. E’ una lezione profondamente femminista quella di pensare l’altra come vicina, simile, partecipe della mia stessa storia. E’ il primo gesto di rivolta quello di smettere di pensare di poter scaricare su un’altra gli effetti di un dominio lento a morire che vuole che TUTTE contiamo un po’ meno o, in un’altra versione non meno violenta, che TUTTE NON FACCIAMO MAI ABBASTANZA, non facciamo mai abbastanza in una relazione, in una famiglia, in un posto di lavoro, anche in un’organizzazione politica, a tutti i livelli. Smettere di pensare che è l’altra quella che subisce violenza, perché è l’altra – proprio lei singolarmente – che non ce la fa, è l’altra – proprio lei singolarmente – che ha un uomo troppo violento, una vita troppo difficile. E’ ovvio invece che quella violenza riguarda tutte e tutti e che siamo tutte e tutti tenute a chiederci come fermarla.

E’ uno strano momento storico questo. C’è una forza femminile che agisce a tutti i livelli, anche simbolici, e una violenza che le viene incontro. Non ci stiamo più nella figura della subalterna, della vittima, eppure le nostre condizioni di vita materiali ci vedono in affanno e abbiamo risposte variamente violente al desiderio e all’esercizio della nostra libertà.

Non è stato mai lineare il nostro rapporto con la legge, con la norma, e non è mai stato lineare il nostro rapporto con i diritti nella storia. Abbiamo dovuto conquistarli e prima ancora nominarli, metterli al mondo. Maria Pia Lessi ripercorre questa storia interrogandosi sul senso del suo agire da avvocata e da attivista, in un bel saggio (“Diritti generativi. Quando la giustizia nutre la vita”) in cui mette in fila personagge del mito e donne reali che hanno segnato la strada. La posizione delle donne rispetto ai diritti vigenti, scrive, è stata spesso quello di essere “oltre”. Come se l’esperienza delle donne si collocasse in un luogo non pensato, non previsto dalla legge della città. E’ ancora la figura di Antigone che torna, che esige una giustizia diversa, che esige l’estensione di un diritto, “oltre” le ragioni di chi custodisce e riproduce il proprio potere. Ma non è solo il mito a parlarci di questo. Franca Viola nel 1961 rifiuta il matrimonio con il suo stupratore che all’epoca costituiva esimente dal reato. Ci sarebbero voluti venti anni per togliere questa norma dal nostro ordinamento.

Franca Viola dice NO e la sua parola di ragazza genera un’altra pratica di giustizia. C’è una parola prima di una legge, e così è stato spesso nella nostra storia, una parola singolare che a volte ha avuto la forza di moltiplicarsi in una parola collettiva.

La legge che discutiamo oggi ha percorso altre strade, è stata confusa con altri percorsi, si è mescolata con un’esigenza di sicurezza che certo non è la misura della nostra giustizia. Ne parliamo per riprendere le fila e capire meglio. Lo facciamo con chi in Parlamento non ha accettato di votare una legge che riteneva inadeguata, Celeste Costantino che è qui con noi, e con chi dalla società civile lavora per far crescere la consapevolezza di tutti su questo problema, Maura Misiti, coautrice di Ferite a morte. Le ringraziamo.

Prendiamo posizione e esprimiamo riconoscimento a quelle figure che nel mito e nella storia sono state sconfitte nei tribunali ma hanno contribuito a far emergere una giustizia più profonda.

Come Teatro Rossi Aperto ci sentiamo vicine e vicini a tutte quelle realtà che oggi si muovono nei vuoti del diritto e che si incamminano verso “l’oltre” dei rapporti di forza esistenti.