Il TRA all’iniziativa "Pisa fulcro di cultura musicale"

Passati i giorni della sbornia post-elettorale, eccovi il video dell’intervento del Teatro Rossi Aperto all’iniziativa “Pisa fulcro di cultura musicale”. L’iniziativa, organizzata dalla lista che appoggerà il vicesindaco Ghezzi alle prossime elezioni amministrative, apriva de facto la campagna elettorale per le comunali del prossim maggio.
L’esperienza del TRA nasce dall’esigenza di un modo di creare, immaginare e progettare le politiche culturali in modo diverso, pensando ad un modello aperto e partecipato.
 
A seguito delle repliche sollecitate dal nostro intervento, ci è parso opportuno integrare quanto detto con quel che segue:
Abbiamo occupato un teatro che è prima di tutto uno spazio pubblico sfitto, lasciato all’abbandono e al degrado. Abbiamo occupato uno dei tanti esempi di speculazione cittadina. Abbiamo occupato uno spazio sfitto di fronte all’ex facoltà di Lettere dell’Università di Pisa. Molti di noi vengono da lì, molti di noi vengono dall’Università o da quel che ne resta. Palazzo Ricci, di fronte al teatro Rossi oggi è un deserto grigio. Il teatro Rossi, di fronte a Palazzo Ricci è vita, è autoproduzione, è spazio di libertà.

Abbiamo occupato un teatro nella città di Pisa, città in cui la produzione cognitiva e culturale è la prima fonte di valorizzazione economica. Il teatro Rossi si trova nel centro storico della città, lo stesso centro storico che giorno dopo giorno, vediamo trasformarsi a colpi di progetti di ristrutturazione urbanistica finalizzati a fare di Pisa una città vetrina, che i turisti potranno ammirare, soprattutto una volta risolto quel fastidioso problema “estetico” della composizione precaria che a Pisa emerge al primo sguardo.

Noi siamo quella composizione precaria, siamo quel fastidioso problema, e il teatro Rossi è lo spazio in cui abbiamo deciso di incontrarci, da cui partiamo per riprenderci questa città.

Partiamo da queste poche considerazioni, che seppur frettolose e confuse, possono fungere da fili rossi con i quali vogliamo tessere una trama.

Pisa è la città della produzione cognitiva e su questo costruisce la propria forza. Qui la ricchezza e la valorizzazione prodotta dalla composizione precaria parte dalle aule universitarie, passa per i teatri ma anche per i bar e arriva fino alle case fatiscenti affittate a canoni mantenuti artificiosamente alti.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. L’università, demolita dai tagli nella crisi, si svuota sempre più e sempre più fa il paio con gli spazi vuoti e silenziosi del resto della città.
Le strade, le piazze, persino interi quartieri che ruotavano attorno alla produzione culturale, all’università e alla socialità, si riducono così a zone fantasma, dove tutto tace.

Ma Pisa non piange affatto, anzi, si rinnova e si agghinda per l’altro principale soggetto capace di produrre valore : il turista.

Per far spazio al turista, però, è necessario prima di tutto disciplinare nei tempi di vita e negli spazi di incontro, relazione e socialità, quell’altra componente ancora così diffusa che è il precariato cognitivo.

Ma la vera scoperta è che si possono fare entrambe le cose, contemporaneamente.

Quale modo migliore per normare la composizione che vive in questa città se non ristrutturando gli spazi in cui vive e rendendoli luoghi ad essa estranei, inaccessibili e destinandoli a tutt’altro target?

Ma non è soltanto l’aspetto urbanistico della città ad essere oggetto di questa metamorfosi dall’alto.
La proposta culturale ostentata da anni in questa città punta a coniugare cultura d’eccellenza e turismo intelligente.
Una cultura, insomma, da poter mettere in vetrina, un museo delle intelligenze artistiche che possa essere ammirato da lontano e da vicino e che, possibilmente non preveda troppe variazioni.

Tra teatro e università, dunque, si assiste al grigiore statico di una proposta culturale che non sembra sentire l’esigenza di nutrirsi dei mille rivoli di creatività che a Pisa sgorgano dove meno te l’aspetti, semplicemente dove c’è spazio per poterli esprimere e sperimentare, per poterli mettere in comune. In una piazza animata come in un teatro riaperto.

E’ da qui, dunque, che siamo partiti ed è qui che vogliamo tornare.

Le trasformazioni che Pisa sta vivendo, infatti, andando di pari passo con il processo di precarizzazione totale in atto in Italia, ci consegnano una città in cui le relazioni, gli incontri, la produzione di sapere e di cultura risultano sotto l’attacco di un tentativo di normazione e disciplinamento, di separazione e di differenziazione.

Da studenti, operatori del mondo dello spettacolo, ricercatori precari, abbiamo sentito l’esigenza di trovare un posto dove invertire la tendenza, dove rimettere al centro la capacità di ibridarsi in una dimensione comune, un luogo che fosse contemporaneamente una piazza in cui discutere, un’aula universitaria in cui produrre sapere autonomo, un palcoscenico su cui rappresentare ciò che ci immaginiamo, un luogo aperto che rompe il confine tra le nostre vite e la vita della città, un posto dove mettere in comune ciò che possiamo e moltiplicarlo.

Il teatro Rossi, però, non è la nostra casa. Non siamo entrati per chiudere le porte. Siamo entrati per uscire tutte le volte in cui quello spazio non può contenere i nostri tanti desideri. Non usciremo per guardare le vetrine, né per ammirare piazze deserte. Lì le statue stanno ferme, mentre noi saremo sempre in movimento, desiderio pulsante di una città che non si lascia fotografare per finire su una cartolina.

Al teatro Rossi ci riappropriamo del valore che quotidianamente e socialmente produciamo e lo sottraiamo alla messa a valore che ce ne priva.

Al teatro Rossi cambiamo il segno, la direzione, la destinazione d’uso dei saperi e della cultura. Ci liberiamo dalle maglie del disciplinamento, ci sottraiamo a ogni classificazione normativa.

Tuttavia il teatro Rossi non è e non vuole essere un’isola. Il teatro Rossi è aperto perchè non ha confini, rompe gli argini e si mescola e si confronta con tutto ciò che incontra nelle strade (anche quelle sempre più presidiate dalle forze dell’ordine), nelle piazze (anche quelle trasformate in parcheggi). Il teatro Rossi è un progetto a tempo indeterminato contro la precarietà, che si nutre di ciò che crea e di ciò che scopre nel confronto con le numerose esperienze di autogestione e di sperimentazione che sempre più spesso nascono.

Abbiamo occupato un teatro, dunque?

Forse sì, o forse molto di più
, , Comunicati